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nelle baraccopoli di Messina
Se
e' vero che e' sempre difficile proiettare
al di fuori il nostro mondo interiore, lo e' ancora di piu' quando si
tratta di comunicare ad altri una esperienza emotivamente toccante e
fuori dall’ordinario. Il viaggio nelle baraccopoli di Messina
nasce dalla consapevolezza che esistono mondi appena fuori dal nostro
che sono tanto lontani dalle nostre esperienze quotidiane da farci ancora
provare quella sensazione di stupore che alimenta le riflessioni davanti
a certe immagini. Il linguaggio fotografico, a differenza di quello
verbale, si presta a descrivere quelle esperienze e quelle emozioni
difficilmente raggiungibili dal linguaggio verbale.
Si presta perché per sua natura ha un forte legame di analogia
con ciò che rappresenta; le immagini che l’osservatore
potrà vedere in questo viaggio virtuale, hanno uno strettissimo
legame con quel mondo, sono una vera e propria traccia che lascia un
mondo fino a poco fa conosciuto per sentito dire ma sconociuto nella
sua vera essenza e in tutte le conseguenze che porta con se.
Naturalmente non c’e' da parte dell’autore, nessuna pretesa
di esaurire un argomento così complesso, ma c’e' sicuramente
l’obiettivo di spronare le coscienze inducendo a qualche riflessione
che si spera non svanisca nel nulla appena finita la visione delle immagini.
Ogni fotografia rappresenta il tassello del mosaico che andremo a ricostruire
mentalmente dopo la visione delle immagini esposte, ma come in ogni
viaggio che si rispetti, dobbiamo fare non i turisti ma i viaggiatori
che si apprestano a vedere oltre lo sguardo delle fotografie proposte.
L’esigenza che ha alimentato questo lavoro di reportage fotografico,
di cui le immagini che vedrete rappresentano solo una ridotta selezione,
nasce dalla indignazione che ciascuno di noi dovrebbe provare davanti
alla presa di coscienza di una realta' Messinese così inquietante;
il rischio maggiore è l’assuefazione; fino a quando i nostri
occhi si indigneranno davanti alla denuncia dell’obiettivo fotografico
saremo ancora vivi!!
Certamente la realta' è sempre piu' complessa di quella descritta
da un obiettivo; dietro queste immagini ci sono storie di vita vissuta
e proprio per questo motivo non dobbiamo fermarci in superficie ma andare
oltre poiché i problemi di chi ci sta vicino non sono solo problemi
degli altri ma anche problemi nostri che ci coinvolgono, lo vogliamo
o no, sia direttamente che indirettamente.
In questo mondo indagato dall’apparecchio fotografico si è
sedimentata nel tempo una vera e propria “cultura della baracca”
ovvero l’accettazione rassegnata di un modo di vivere certamente
lontano dagli standard di una società moderna e civile; certamente
le cause di tutto ciò sono complesse da indagare, ma se vogliamo
che qualcosa cambi dobbiamo guardare questa realta' con nuovi occhi,
senza pregiudizi e con una certa obiettivita'.
Roberto
Pruiti |

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Alluvione
di Messina: reportage fotografico
su un disastro ambientale annunciato
Una serie
di cause concomitanti, hanno provocato una catastrofe con 31 morti e
6 dispersi. Siamo sul versante ionico dello Stretto di Messina, dove
la catena dei Monti Peloritani si affaccia sul mare con una fascia collinare
molto ristretta. Formazioni geologiche fragili, costituite da rocce
metamorfiche alterate . Alcuni paesini si stagliano arroccati sui pendii
con i loro centri storici e le case nuove ai margini. Dietro gli abitati
i fianchi delle colline, dove un tempo la mano sapiente dell’uomo
aveva ricavato un sistema agricolo fatto di terrazze e muri a secco,
canalette di scolo e alberi di agrumi. Con l’inurbamento, l’abbandono
dei fondi agricoli determina lo smottamento lento ma inesorabile dei
muri a secco. Gli incendi, per lo più dolosi, fanno il resto
con la perdita della chioma arborea ed arbustiva lo strato agrario e
il sottostante substrato roccioso alterato, è sempre pronto a
franare e ad alimentare con una massa di detriti gli alvei dei torrenti.
A causa delle pendenze elevate e del piccolo sviluppo delle aste torrentizie,
l’acqua mista a detriti ( a volte anche massi da 4 tonnellate),
scende a gran velocità nel letto alluvionale trascinando ogni
cosa (purtroppo anche masse di rifiuti e di materiali di scarico abusivamente
depositati). Questa è la situazione attuale, resa particolarmente
fragile e pericolosa da anni di abbandono delle colline e dalla mancanza
di una buona politica di manutenzione del sistema dei torrenti.
Bisogna anche dire che l’unico allarme che può essere lanciato
è prima del maltempo (allerta meteo), oppure al massimo all’inizio,
ma, in questo caso, occorrerebbe una rete di monitoraggio e di attenzione
istituzionale a maglie molto strette.
La sera del primo ottobre comincia a piovere. Piove su tutta Messina
con un fenomeno intenso e persistente, ma nel tratto tra il villaggio
di Giampilieri e il Comune di Scaletta (non più di 10 km) si
scatena un nubifragio mai visto, durato circa tre ore, con 1600 fulmini
seguiti da tuoni laceranti, e la caduta di circa 300 mm di pioggia.
Si deve ritenere un fenomeno del tipo “bomba d’acqua”,
un vero e proprio tifone, formatosi a causa dei mutamenti climatici
sul Mediterraneo. Con tutto ciò il sistema dei torrenti regge.
Lo scorrimento delle acque superficiali si incanala e raggiunge le foci
dei torrenti. Ad un certo momento però si staccano le frane,
numerose, alcune piccole, altre molto grandi; crollano muri e si staccano
massi, crolla un intero tratto della strada per Scaletta Superiore.
Le frane incombono sugli abitati, il fango non si incanala verso gli
impluvi naturali, ma invade le stradine, trascina automobili, raggiunge
i primi piani delle case, sfonda le porte e invade i cortili e i piani
terra, alcune case vengono distrutte nell’arco di un quarto d’ora.
E così Giampilieri è sommersa dal fango. A valle, nella
ristrettissima fascia costiera, passano le infrastrutture principali,
come la strada nazionale, l’autostrada e la ferrovia, con una
serie di opere di attraversamento dei torrenti. Ma la sera del primo
ottobre la furia dell’alluvione è irresistibile. I tratti
di foce dei torrenti vengono invasi da centomila metri cubi di detriti
e di automobili accartocciate. A Scaletta si forma un deposito sotto
il viadotto dell’autostrada, la foce del torrente viene tappata
dai detriti e il fango, che circonda i piloni del viadotto, devia su
un percorso urbano, distrugge un vecchio convento di suore e la casa
del principe Ruffo (due fabbricati storici, che dunque erano lì
indisturbati da secoli); poco più avanti la massa di detriti
e fango investe i fabbricati più recenti, passa sopra il rilevato
ferroviario e rovescia furiosamente in mare. Si pensi che il fango ha
reso intransitabile per un certo tempo, tutte le vie di comunicazione
e gli alluvionati sono rimasti isolati. Le forze della Protezione Civile
sono arrivate lentamente e a piedi, prima che si cominciassero a vedere
gli elicotteri. Possiamo dunque dire che questi problemi vanno affrontati,
realizzando anche centri di raduno sicuri e zone messe in sicurezza.
Infine oggi gli sfollati sono circa 1600. Alcuni potranno tornare a
casa se questa sarà risultata idonea ai controlli strutturali.
Altri sono rimasti senza casa, senza negozio, senza lavoro. Alcuni sono
pure in lutto per la perdita di figli, parenti, amici. Si parla di costruire
per loro delle “new-town”, ma sarebbe un danno ulteriore,
perché in un territorio ristrettissimo si realizzerebbero ulteriori
espansioni. Meglio finanziare le famiglie, che possano riacquistare
una casa o riattivare la propria bottega. Gli abitanti di Scaletta e
Giampilieri per lo più non vogliono lasciare il loro paese. Bisogna
allora mettere in sicurezza i versanti e questo si può fare,
evitando le colate di cemento, che costituirebbero un danno all’ambiente,
al paesaggio e all’identità del territorio.Bene invece
le opere di ripristino delle difese idrauliche, con fossati e massicciate
in gabbioni di pietrame; ripristino dei muri a secco dei terrazzamenti;
opere di ingegneria naturalistica, incentivi per la piantumazione di
alberi e arbusti ecocompatibili e lotta antincendio. Sono opere che
richiedono spese minime ma continue, per la necessità della manutenzione,
che pertanto evitano l’abbandono del territorio e producono posti
di lavoro. Tutte cose necessarie, sia dove c’è stata l’alluvione
sia dove, questa volta, non c’è stata, ma è già
annunziata per la volta prossima.
27 ottobre 2009 Ing. Enzo Colavecchio
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